XXII domenica del Tempo ordinario

 
 

A cura della Fraternità della Trasfigurazione

L’inizio del Vangelo odierno pone immediatamente in risalto la distanza tra l’atteggiamento di Gesù e quello dei suoi commensali. Il Maestro è in viaggio verso Gerusalemme e si reca a pranzo a casa di uno dei capi dei farisei; egli, infatti, non disdegna nessun invito. Qualche pagina dopo, al capitolo 19 sempre del Vangelo di Luca, lo vedremo, per esempio, a pranzo con Zaccheo, il capo dei pubblicani. Questa apertura e convivialità riflette l’ampiezza del cuore di Gesù che non fa differenze, è attento a tutti e disponibile verso tutti. Ben diverso è il comportamento dei farisei, che “stavano ad osservarlo”; con questa breve e lapidaria osservazione Luca esprime con chiarezza la diffidenza e la durezza di cuore dei farisei, il contrasto tra l’invito – che dovrebbe esprimere familiarità e accoglienza – e la condotta rigida e sospettosa dei commensali. Subito dopo la liturgia ci propone una parabola dove Gesù invita a mettersi all’ultimo posto. Non si tratta indubbiamente di una lezione di galateo e tantomeno di un suggerimento nel tentativo di evitare una brutta figura ai suoi commensali; è dunque importante porsi la domanda: ultimo posto rispetto a chi? Se pensiamo che i farisei erano le guide spirituali del popolo e si consideravano più puri e più giusti rispetto agli altri, l’ultimo posto che agli occhi di Gesù essi dovevano riconquistare era quello davanti a Dio. Nella parabola del fariseo e del pubblicano, che appartiene solo al Vangelo di Luca (Lc 18,9-14), l’evangelista lo dirà con chiarezza: il nostro posto è quello di chi riconosce apertamente la sua povertà e la sua miseria agli occhi di un Dio che continua ad amarci nonostante la nostra piccolezza. L’ultimo posto che Gesù ci invita a scegliere corrisponde dunque, prima di tutto, al riconoscimento della nostra povertà creaturale, della nostra totale dipendenza da Dio. Nella parabola odierna, tuttavia, troviamo anche un evidente richiamo rispetto al nostro modo di porci nei confronti degli altri: mettersi al primo posto quando si è invitati a un banchetto significa attribuirsi un’importanza maggiore rispetto ai presenti; essa può derivare dal ruolo sociale, dall’immagine che possiamo avere di noi stessi e, di conseguenza, dal nostro orgoglio. Si tratta sempre di elementi il cui scopo è ingrandire il nostro ego e difenderlo dalla paura che nutriamo nei confronti della nostra debolezza e vulnerabilità. Il “primo posto “rappresenta, quindi, l’antica tentazione di voler essere come dei (cf Gen 3,5) e, nello stesso tempo, il rifiuto della fraternità quale si esprime nell’invidia e nella rivalità, conseguenze del peccato originale, come ci insegna il racconto di Caino e Abele (cf Gen 4). La parabola si conclude con l’affermazione: “Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato”. Naturalmente l’umiltà di cui Gesù parla non coincide con l’umiliazione e nemmeno con quell’atteggiamento di servilismo e di poca considerazione di sé un tempo così apprezzato; la vera umiltà consiste piuttosto nella costante lotta per ricordare a noi stessi che siamo totalmente dipendenti da quel Dio da cui abbiamo ricevuto la vita e, con essa, tutti i doni che egli ha voluto elargirci. La vera umiltà è quella di Maria, la quale può affermare che tutte le generazioni la “chiameranno beata”(Lc 148) poiché le “grandi cose” avvenute in lei non sono opera sua, ma frutto della sua docilità rispetto a quanto in lei ha compiuto l’Onnipotente.