XVI domenica del Tempo ordinario
A cura della Fraternità della Trasfigurazione
- Alla parabola del seminatore segue immediatamente quella del grano e della zizzania, un racconto che si muove su tre tempi: il passato, in cui il padrone ha seminato il buon seme nel campo e il nemico la zizzania; il futuro, in cui avverrà il giudizio, e il tempo attuale. Quest’ultimo ospita il dialogo tra il padrone e i servi e costituisce il centro della narrazione, quello su cui deve concentrarsi la nostra attenzione. I servi pongono due domande al proprietario del campo: la prima – “Da dove viene la zizzania?” – riguarda l’origine del male, di cui questa pianta è il simbolo. La risposta del padrone è laconica, come se desse per scontata la presenza del male accanto al bene. Il secondo interrogativo fa invece emergere due opinioni molto diverse. Da una parte ci sono i servi, che vorrebbero sradicare il male immediatamente; dall’altra il padrone, il quale nega loro il permesso di sbarazzarsi della zizzania. Questo contrasto riflette la distanza tra il nostro modo di pensare e quello di Dio; da sempre, infatti, l’uomo ha cercato di separare rigidamente il bene e il male, come se queste due realtà si potessero scindere in modo netto e chiaro, per poi eliminare drasticamente la seconda. Ne è un esempio Giovanni Battista, il quale prevedeva l’arrivo di colui che avrebbe raccolto “il suo frumento nel granaio” e bruciato “la paglia con un fuoco inestinguibile” (Mt 3,12). L’annuncio della venuta del Regno da parte di Gesù aveva accresciuto questa aspettativa e ancora oggi, di fronte ai drammi e ai dolori del mondo, ci si chiede perché esista il male e perché Dio lo permetta. La duplice risposta del padrone è molto chiara: con il male egli non ha nulla a che fare; non lo vuole né lo permette. Esso è opera di un nemico e verrà un tempo in cui sarà eliminato. L’attuale atteggiamento del padrone, soprattutto attraverso l’utilizzo del verbo “lasciare”, introduce nel sorprendente pensiero di Dio, dove non esiste né rigidezza né intransigenza, ma solo bontà e comprensione. Dio non si impone sradicando il male, ma guarda alla vita dei suoi figli con speranza e nella fiducia che esso possa essere vinto o trasformato in bene. Gesù non ha rimproverato Zaccheo, ma lo ha raggiunto con il suo sguardo buono e, in questo modo, ha permesso al bene di crescere e fruttificare dentro di lui. I figli di Giacobbe avevano compiuto il male contro il loro fratello Giuseppe, ma questi aveva saputo riconoscere la mano di Dio presente anche in quelle vicende dolorose, comprendendo che anche quella sofferenza si era trasformata in bene (Gen 50,20). La parabola ci introduce così nel mistero di un Dio che manifesta la sua onnipotenza non con la forza dei tiranni, che si impongono e prevaricano, ma con la bontà e la generosità di chi semina la vita e attende che essa cresca. All’uomo spetta il compito di accogliere quel seme, senza lasciarsi sopraffare dal male, che tuttavia è presente in ogni essere umano. Ciascuno di noi, infatti, è quel campo dove crescono insieme grano e zizzania. Questa consapevolezza diventa invito a togliere dai nostri occhi quella trave che ci fa ingigantire la pagliuzza del vicino (cf Mt 7,4-5), senza vedere il male dentro di noi. Con lo sguardo purificato e reso trasparente dall’azione di Dio, potremo umilmente individuare il male presente in noi, ma anche – come ci rivela tutta la storia della salvezza – la capacità di Dio di trasformarlo in bene. Ci riconosceremo così interconnessi, fratelli l’uno dell’altro, accomunati dalle stesse lotte e fatiche, ma tutti interiormente desiderosi di veder fruttificare il bene.