XV domenica del Tempo ordinario
A cura della Fraternità della Trasfigurazione
La parabola che Gesù, allontanatosi da casa e seduto sulla barca, narra alla folla orienta il nostro sguardo sulla figura del seminatore. L’articolo determinativo – “il” e non “un” – fa subito comprendere che non si tratta di un seminatore qualsiasi, ma di quello per eccellenza. Di lui viene detto che “uscì”, proprio come Gesù aveva fatto in quel giorno, ma anche come il Verbo di Dio era uscito dal seno della Trinità, si era fatto carne ed “era venuto ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14). Uscire, infatti, è il verbo che esprime il dono di sé, la trascendenza, l’esodo dell’Io che mette da parte sé stesso per abbandonarsi all’amore. Gli ampi gesti del seminatore, che sparge il seme senza parsimonia ma con generosità, riflettono questa capacità di dono e di distacco da sé. Ciò che importa in primo luogo non è la qualità del terreno, ma l’urgenza di gettare il seme; esso, infatti, non è una realtà qualunque, perché contiene in sé una vita destinata a crescere e fruttificare. Questo seminatore, quindi, si rivela attraverso le sue azioni, identico a quel buon pastore, che di sé dice: “Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”. È un’immagine di fiducia e speranza quella che oggi ci presenta il Vangelo, un’immagine evocata dal famoso quadro di Van Gogh a cui papa Leone XIV ha fatto riferimento nella sua prima udienza. In quell’occasione ha voluto mettere in risalto un’apparente incongruenza presente nel dipinto: dietro al seminatore che getta il seme nelle zolle di terra, già biondeggia il grano maturo, segno dell’efficacia della semina e dell’incrollabile speranza dell’uomo, sicuro rispetto al successo del suo lavoro. Anche nel Vangelo odierno la terra dà frutto, talvolta anche abbondante, nonostante i possibili fallimenti che vengono elencati con chiarezza nel testo. Essi aiutano i discepoli, chiamati ad annunciare la venuta del Regno, ad accettare la realtà per come si mostrerà e ad affrontare gli ostacoli che incontreranno sul loro cammino.
La parabola che Gesù, allontanatosi da casa e seduto sulla barca, narra alla folla orienta il nostro sguardo sulla figura del seminatore. L’articolo determinativo – “il” e non “un” – fa subito comprendere che non si tratta di un seminatore qualsiasi, ma di quello per eccellenza. Di lui viene detto che “uscì”, proprio come Gesù aveva fatto in quel giorno, ma anche come il Verbo di Dio era uscito dal seno della Trinità, si era fatto carne ed “era venuto ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14). Uscire, infatti, è il verbo che esprime il dono di sé, la trascendenza, l’esodo dell’Io che mette da parte sé stesso per abbandonarsi all’amore. Gli ampi gesti del seminatore, che sparge il seme senza parsimonia ma con generosità, riflettono questa capacità di dono e di distacco da sé. Ciò che importa in primo luogo non è la qualità del terreno, ma l’urgenza di gettare il seme; esso, infatti, non è una realtà qualunque, perché contiene in sé una vita destinata a crescere e fruttificare. Questo seminatore, quindi, si rivela attraverso le sue azioni, identico a quel buon pastore, che di sé dice: “Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”. È un’immagine di fiducia e speranza quella che oggi ci presenta il Vangelo, un’immagine evocata dal famoso quadro di Van Gogh a cui papa Leone XIV ha fatto riferimento nella sua prima udienza. In quell’occasione ha voluto mettere in risalto un’apparente incongruenza presente nel dipinto: dietro al seminatore che getta il seme nelle zolle di terra, già biondeggia il grano maturo, segno dell’efficacia della semina e dell’incrollabile speranza dell’uomo, sicuro rispetto al successo del suo lavoro. Anche nel Vangelo odierno la terra dà frutto, talvolta anche abbondante, nonostante i possibili fallimenti che vengono elencati con chiarezza nel testo. Essi aiutano i discepoli, chiamati ad annunciare la venuta del Regno, ad accettare la realtà per come si mostrerà e ad affrontare gli ostacoli che incontreranno sul loro cammino.
La parabola, tuttavia, può essere letta anche da un’altra prospettiva: se, fino a questo momento, abbiamo orientato la nostra attenzione verso la figura del seminatore, ora possiamo lasciarci interpellare dalla descrizione dei diversi tipi di terreno. Se, infatti, il discepolo è chiamato a gettare il seme della Parola, della cui efficacia – come scrive il profeta Isaia (Is 55,8-11) – non si può dubitare, è pur vero che affinché essa si sviluppi è necessario un terreno accogliente. La parabola può allora diventare per noi un utile strumento, capace di suscitare importanti interrogativi sulla nostra disponibilità ad accogliere quanto è stato seminato in noi. Possiamo, infatti, ritrovarci in chi ascolta in modo superficiale e non è in grado di interiorizzare e assaporare il messaggio ricevuto. Oppure rischiamo di lasciarci prendere dall’entusiasmo, per poi mancare di perseveranza, soprattutto quando la fedeltà alla Parola provoca ostilità o persecuzione. Infine – e questo è forse il pericolo tipico della nostra società – ci lasciamo sopraffare dall’ansia, dalla ricerca del piacere o del benessere, impedendo alla Parola di fruttificare. Sta a noi accogliere l’invito a essere come il terreno buono, che “ascolta”, “comprende” e, di conseguenza, “dà frutto”.