XV domenica del Tempo ordinario
A cura della Fraternità della Trasfigurazione
Ancora una volta restiamo ammirati davanti alla fine pedagogia di Gesù il quale, interpellato da un dottore della legge, invece di rispondere alla domanda, lo coinvolge in un dialogo a tappe che lo obbligano a cambiare prospettiva. Questi, che aveva iniziato ponendo un interrogativo al Maestro da pari a pari, forse per metterlo alla prova o incuriosito dalla sua persona, si ritrova alla fine invitato ad andare e fare lo stesso. Nella prima parte del dialogo il dottore della legge si trova spiazzato; si aspettava una risposta chiara, una soluzione formulata in modo preciso e invece, per ben due volte, è lui a dover rispondere agli interrogativi di Gesù. Egli sembra voler mettere in moto un dinamismo vitale, una ricerca attiva: non è interessato alla risposta giusta o sbagliata, ma desidera fare di noi dei cercatori della verità, delle persone che incarnano ciò in cui credono. Non si tratta solo di sapere, ma di “fare, un fare che introduce nella vita vera, la vita eterna, come era stato domandato all’inizio; si tratta di un desiderio grande e profondo, raggiungibile per vie inaspettate, come gli dimostrerà il Maestro. La sua risposta sarebbe sufficiente, ma non basta al dottore della legge, le cui intenzioni non erano forse così pure; egli, infatti, sente il bisogno di giustificarsi. Ecco allora che Gesù passa dal dibattito in merito a un quesito morale a una narrazione che metterà all’angolo il suo interlocutore, il quale alla fine non avrà più nessuna ragione da addurre a suo favore. È nota a tutti la parabola che narra la vicenda di un personaggio la cui identità è sconosciuta; sappiamo solo che si tratta di “un uomo” e tale definizione così ampia obbliga necessariamente a interrogarsi rispetto all’atteggiamento da assumere nei suoi confronti, soprattutto perché lo sappiamo in grandi difficoltà. Egli si sta infatti recando da Gerusalemme a Gerico, un luogo reale e nello stesso tempo simbolico, essendo questa la città a più bassa altitudine sulla terra. Qui egli viene assalito dai briganti. Ed ecco che il narratore mette in scena altri tre personaggi. I primi due vedono e passano oltre; il loro atteggiamento non necessariamente esprime mancanza di empatia; forse essi desiderano semplicemente mantenersi puri a causa del loro servizio al tempio. La scelta di Gesù non è casuale, ma è utile per comprendere come l’osservanza del culto, una forma di religiosità che si attiene rigorosamente a determinate norme, può essere non solo rigida, ma anche disumana. La Scrittura dimostra d’altronde che tale inflessibilità non è indispensabile: parlando del sabato, Gesù ricorda che quando Davide e i suoi compagni ebbero fame, essi mangiarono i pani delle offerte benché ciò non fosse lecito (Lc 6,3 ss). Esiste quindi qualcosa di più grande della legge, qualcosa che ne costituisce la “pienezza” (Rm 13,10), il compimento, e questo “qualcosa” è l’amore. Esso esige il superamento della norma, l’andar oltre non solo ai pregiudizi ma anche alle regole rigidamente codificate, poiché quanto lo muove è il bene dell’altro. Nello stesso modo esso domanda anche la concretezza, richiede quei gesti d’attenzione e di cura che il samaritano, uomo considerato impuro, sa così generosamente offrire. Il testo era iniziato con una domanda su come ereditare la vita e Gesù ci aiuta a comprendere che aiutare l’altro a vivere, facendosi prossimo e avendo cura di lui, è il modo migliore per ricevere vita.