XIV domenica del Tempo Ordinario

 
 

A cura della Fraternità della Trasfigurazione

  • In questa XIV domenica del Tempo Ordinario, ascoltando o leggendo il Vangelo, dovremmo fare un semplice esercizio: mettere da parte noi stessi, dimenticando ansie, preoccupazioni e perfino le gioie di questo momento per concentrarci unicamente sulla persona di Gesù. Nel testo odierno, infatti, si possono intravedere dimensioni significative della sua personalità, in particolare il suo modo di amare Dio e i fratelli. Il contesto in cui è inserito questo brano, che alcuni hanno definito “il Magnificat di Gesù”, è molto meno idilliaco rispetto a quanto si potrebbe immaginare. La lode che egli rivolge al Padre non nasce in un momento di entusiasmo o di successo, bensì in una situazione di incomprensione e di rifiuto, proprio da parte delle “città nelle quali aveva compiuto il maggior numero di miracoli” (Mt 11,20). La sua reazione può, quindi, farci riflettere: nelle sue parole non è presente nessuna forma di vittimismo, di lamentela o di ripiegamento su di sé, ma solo la capacità di andare oltre la propria esperienza personale per confessare e proclamare la bellezza e la grandezza del disegno di Dio. Un disegno che può apparire paradossale agli occhi degli uomini, i quali tendono a privilegiare e sovrastimare i sapienti e gli intelligenti, ma che fa invece sussultare di gioia il cuore del Figlio. In esso, infatti, egli coglie la predilezione del Padre per i piccoli e i semplici, per coloro che non si barricano dietro le loro competenze e la loro cultura al fine di sentirsi superiori agli altri. Se Gesù può ammirare ed essere grato per questa propensione che Dio nutre per i piccoli, è a causa della conoscenza che egli ha del Padre, ossia del legame di intimità, amore e comunione che li unisce. Per un istante Matteo, con affermazioni che richiamano il Vangelo di Giovanni, ci introduce nel mistero dell’unione tra il Padre e il Figlio, un mistero di cui egli vuole rendere partecipi anche noi. Per tale motivo, infatti, il Verbo si è incarnato, ci ha donato la sua vita e desidera condividerla con ogni uomo. Nessuno, infatti, è escluso dal suo dono d’amore, poiché l’invito è rivolto a coloro che sono affaticati e oppressi, ossia a ogni uomo che – in quanto tale – non può non sentire la fatica e il peso della vita. Il modo in cui questo potrà avvenire sembra quasi contraddire l’affermazione precedente, in quanto il ristoro non è effetto di una diminuzione della fatica, ma del prendere su di sé il suo giogo. Esso, tuttavia, sembra non gravare su di noi, in quanto si tratta di qualcosa di “dolce e… leggero”, capace di offrire ristoro alla nostra vita. Ovviamente si tratta di un giogo diverso rispetto a quello dei rabbini, i quali avevano definito con questo termine la Legge, rendendola nello stesso tempo sempre più gravosa da assumere a causa di innumerevoli prescrizioni minuziose. Gesù invita, invece, a imparare da lui, mite e umile di cuore. Per essergli simili è quindi necessario frequentare la sua scuola: quella dove si impara ad amare. È l’amore, infatti, il carico che egli pone sulle nostre spalle; un amore che a causa della nostra fragilità può sembrarci un peso, mentre in realtà è fonte di libertà, di gioia e di pace, proprio perché, grazia a esso, possiamo trovare riposo nel Figlio.