VI domenica tempo ordinario Lc 6,17.20-26

 
 

Lasciamo operare in noi la Grazia di Dio –

a cura di Don Luciano Condina –

Questa volta Luca ci racconta le beatitudini, pronunciate da Gesù nel discorso della montagna; qui, invece, vengono predicate in un luogo pianeggiante. La beatitudine non è una gioia passeggera, bensì profonda; e il beato è un sapiente, una persona che ha imparato l’arte di vivere. Le beatitudini – quattro nel testo di Luca, otto in quello di Matteo – raccontano una sorta di viaggio alla scoperta delle potenzialità nascoste nelle parti più povere della nostra vita. Tali condizioni di povertà, esposte in ogni beatitudine, sono come delle porte che permettono di arrivare a qualcosa che potremo definire “felicità”, appunto la condizione del beato.

La felicità passa dall’accoglienza delle condizioni che generalmente rifiutiamo e allontaniamo dalla nostra vita, ma che liberano la potenza di Dio, la sua opera, la sua sorpresa, la sua irruzione nella nostra vita. Makàrios – la parola greca che Luca usa per indicare il beato – significa “colui che sa fare una cosa”; e il termine è imparentato con la parola greca kairòs, che indica “istante, momento, opportunità”. Il beato, quindi, non è uno con la pancia piena, ma un uomo che sa cogliere un’occasione, sa entrare nel ritmo della vita. Perché la vita ha un ritmo proprio e il beato è colui che sa rispondere ai fatti, sa entrare nelle occasioni, non si lascia sfuggire le cose importanti della vita, anche quelle più dolorose.

Beato è chi manca di qualcosa e necessita di essere colmato. Questa è una realtà molto importante della nostra vita spirituale. Noi ci aggrappiamo a Cristo quando sappiamo di essere poveri, quando il nostro pianto è autentico, quando la nostra fame, l’istinto primario come la sete stanno scavando dentro di noi il cunicolo giusto per aprirci alla richiesta di salvezza. Quando invece abbiamo la pancia piena, convinti di avere tutto quello che ci serve siamo distratti. Quante volte ci si chiede: perché prego sul serio solamente quando ho bisogno? Non è strano chiedere aiuto a Dio quando si ha bisogno: è normale che un figlio chieda aiuto al Padre. La cosa strana è pensare di non avere bisogno del Padre! Pensare di essere dei ricchi! Infatti la Grazia di Dio può vivere solo in chi si sente povero, viene afferrata da chi si sente fragile, da chi percepisce la necessità di essere aiutato. Al contrario, chi è intontito da quello che ha già sciupa spesso le cose belle della vita. Veramente – come attesta il salmo 49 – «l’uomo nella prosperità non comprende, è come gli animali che periscono»; si accontenta di cose piccole. Quante volte solamente un momento di necessità ci fa aprire finalmente gli occhi sulle nostre reali urgenze!

Beati i poveri in spirito: il vangelo si annuncia ai poveri non ai ricchi; non perché i ricchi non possano accoglierlo o non ne abbiano bisogno, ma perché solamente chi ha sete beve, solamente chi ha fame mangia, solamente chi è povero riceve l’elemosina. Cristo afferma che, per essere pronti, bisogna essere poveri. Per stare davanti al Signore e prendere tutto quello che vuole darci, dobbiamo essere poveri; dobbiamo essere piccoli e pescare nel tesoro del nostro pianto: nell’angoscia, che può essere un dono di Dio per trovarlo e scoprire la nostra verità nell’umiltà.
Beati quelli che stanno come dei mendicanti: costoro riconosceranno Gesù che passa, a differenza degli altri che lo lasceranno andare e lo perderanno. Quante volte nella vita sciupiamo e buttiamo via cose, persone e solamente dopo ci rendiamo conto di quanto fossero importanti! Quante volte sciupiamo le grazie che Dio ci elargisce perché siamo distratti e intontiti. Guai a noi quando siamo appagati, quando Dio ci toglie quella puntura di urgenza, quella scomodità, quel sassolino dalla scarpa di povertà, di irrisoluzione che ci serve tanto, quella precarietà che ci fa cercare soluzioni migliori.

Guai a noi quando bastiamo a noi stessi!

 

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