VI domenica di Pasqua Gv 14,15-21

 
 

–  Gesù mette in rapporto la Trinità con noi  –

a cura di Mons. Alberto Albertazzi – alberipazzi@gmail.com –

Siamo ancora nell’ultima cena, in prosecuzione quasi immediata rispetto alla domenica precedente: sono stati omessi solo due versetti (13 e 14) straordinariamente garantisti. Penso che l’omissione si debba alla pietosa intenzione di risparmiare all’omileta acrobatici salvataggi.
La scorsa domenica nell’incastro teologico tra Padre e Figlio non entrava ancora lo Spirito Santo, che interviene ora a lubrificarlo, dopo un doveroso preliminare: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti». Gesù non apprezza il linguaggio romantico dell’amore fatto di dichiarazioni, ma va alla concretezza. La cartina di tornasole – come direbbero i chimici – dell’amore verso di lui è fatto di vita, di azione, di comportamento. Quindi: «Osservate i miei comandamenti», ove troviamo codificata, e non semplicemente congetturata, la volontà di Dio. Messo in chiaro questo, ecco spuntare lo Spirito Santo, sotto il nome d’arte: «E io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito», per il quale vale una domanda alla don Abbondio: chi è costui? Domanda che, tuttavia, Gesù previene con immediata risposta: è «lo Spirito della verità».
Ci corre l’obbligo di spiegare i termini. Paraclito, al pari di altri termini tecnici del gergo cristiano, è di origine greca, ed è brandito solo da Giovanni. Viene reso di solito pateticamente con consolatore. In realtà significa «chiamato vicino», dunque ad-vocatus. Facciamo ancora un passo e siamo ad avvocato. Appellativo pittoresco, specie se lo contrapponiamo a Satana, che significa “accusatore”.

La contrapposizione diventa addirittura forense perché Satana, perfido pubblico ministero, accusa gli uomini dinanzi a Dio (Ap 12,10), mentre il Paraclito ne prende le difese. Il Paraclito non è un difensore da officiarsi di volta in volta, ma rimane con noi per sempre (Gv 14,16). E non è solo un efficace difensore, ma è pure «lo Spirito della verità». Che vuol dire? Che non è un cacciaballe? Sarebbe banale e irriverente. Potrebbe essere un costrutto epesegetico, ossia esplicativo. Come quando diciamo “la città di Vercelli”. Non esprimiamo appartenenza ma specifichiamo “quella città che è Vercelli”. Così lo Spirito della verità dice “quello Spirito che è la verità”: ossia lo Spirito che è la pienezza dell’essere, che è la verità assoluta, che già all’inizio della creazione «aleggiava sulle acque» (cfr Gen 1,2). Ce n’è quanto basta per dire che «è Signore e dà la vita, / e procede dal Padre e dal Figlio. / Con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato».
È sapientissima questa tecnica di Gesù di costruirci la Trinità pezzo per pezzo, con un divenire dinamico; e non frullandola a tavolino, come faranno successivamente i teologi. Gesù non manda in scena il teorema trinitario com’è in se stesso, ma mette in passerella le tre persone in rapporto a noi, dando risalto alla loro simpatia per l’uomo.
Poi Gesù si sposta su altra zona della tastiera, con una confortante dichiarazione: «Non vi lascerò orfani: verrò da voi». In queste ultime parole è implicita una sua partenza. Morte e sepoltura? Può darsi. Ma se così è, si tratta di una morte temporizzata, infatti «verrò da voi», ma alla chetichella perché «il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete». Sembra quasi un ritorno clandestino, una sorta di immedesimazione, «perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno [quale?] saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi». Sembra quasi una convivenza eucaristica, la cui allusione è ancor più necessaria perché nell’ultima cena Giovanni scavalca l’istituzione dell’eucaristia.

Ma questa sue ultime parole ci fanno fare un balzo indietro a Cafarnao ove, in pieno sermone eucaristico, Gesù dichiara, provocando plausibile stordimento (Gv 6,42.52.66): «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui» (Gv 6,56). Insomma: anche se Giovanni sembra avere dimenticato l’eucaristia proprio mentre deambula discorsivamente nella sua culla di origine, in realtà il discorso che attribuisce a Gesù gronda di riferimenti eucaristici più o meno velati.

 

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