VI domenica del Tempo ordinario

 
 

A cura della Fraternità della Trasfigurazione

Nello sviluppo umano la crescita non avviene per eliminazione di quanto precede, ma come acquisizione di una modalità più interiore, più integrata e più trascendente di relazionarsi con sé stessi, con gli altri e con il mondo; così, per esempio, da bambini egocentrici ci siamo trasformati in adulti capaci di voler bene all’altro. Nello stesso modo è forse possibile interpretare quel “pieno compimento” che Gesù è venuto a realizzare. I verbi “abolire” e “superare” sembrano, infatti, confermare tale prospettiva. Egli non è venuto per eliminare le tracce di un passato che, al contrario, considera prezioso al punto da volerne conservare anche “un solo iota o un solo trattino”. Allo stesso tempo, propone con forza il superamento della giustizia di scribi e farisei: quest’ultima, infatti, si esprimeva spesso come un’adesione rigida e minuziosa a norme che frammentavano la volontà di Dio in innumerevoli precetti, perdendone di vista il senso profondo. L’apostolo Paolo, definendo la Legge come un pedagogo (cf Gal 3,24) che conduce l’uomo a Cristo, dimostra di aver pienamente compreso questo dinamismo di novità nella continuità che raggiunge il suo culmine in Gesù. La prima antitesi proposta da Matteo aiuta a comprendere la trasformazione apportata dal Maestro. Il comandamento “non uccidere” era già orientato alla protezione della vita, intesa fin dalle origini come un valore assoluto da tutelare. Quanto questo comporta, tuttavia, può essere interpretato in modo sempre più radicale: non limitandosi a salvaguardare l’esistenza fisica, ma evidenziando l’importanza di proteggere l’immagine, la stima e il valore della persona. In una società come la nostra, in cui sui social i cosiddetti haters si sentono legittimati a esprimere ogni tipo di giudizio, compreso l’insulto più degradante, queste parole di Gesù dovrebbero stimolare in noi una seria riflessione. Esse sono un invito a non fermarsi alla superficie, ma a considerare le diverse sfaccettature di ogni realtà considerata come un valore: la persona, infatti, non è solo un corpo di cui preservare il benessere, ma un essere umano la cui dignità va riconosciuta e difesa. Anche l’affermazione successiva appare di stringente attualità in una società costantemente esposta a immagini che sfiorano l’oscenità. Tali stimoli inducono a considerare l’altro come un mero oggetto di cui appropriarsi, da consumare e poi scartare. Anche in questo caso, Gesù invita a passare dalla pur giusta legge che vieta l’adulterio a una dimensione più profonda, che non si ferma all’azione esterna ma scava nelle intenzioni del cuore. Il male, infatti, scaturisce dal nostro modo di percepire la realtà, sia che si tratti degli altri, di noi stessi o del mondo. Adamo ed Eva hanno scorto nel frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male qualcosa di desiderabile e utile per sé stessi, finendo per appropriarsene; da quel momento, il peccato ha messo radici sulla nostra terra. Allo stesso modo Davide, guardando Betsabea, vi ha visto solo l’oggetto capace di soddisfare la propria lussuria, dando inizio a una spirale di peccati. Se Eva ha afferrato il frutto con la mano, Davide si è lasciato sedurre attraverso lo sguardo. La radicalità con cui Gesù esorta a tagliare la mano o cavare l’occhio non è dunque crudeltà, ma un invito urgente a far proprio il suo modo di pensare e di agire: l’unica via che conduce alla vera beatitudine.