V domenica di Quaresima

 
 

A cura della Fraternità della Trasfigurazione

“L’acqua è insegnata dalla sete”: così inizia una poesia di Emily Dickinson. Lasciandoci guidare dalle letture di queste domeniche di quaresima, potremmo continuare dicendo: “La luce dal buio, la vita dalla morte”. Ed è proprio questo duello tra la vita e la morte, di cui canteremo nel Victimae paschali il mattino di Pasqua, che viene anticipato nel Vangelo di oggi. Il brano ci narra, innanzitutto, della malattia di Lazzaro, fratello di Marta e di Maria e, come loro, amico di Gesù. A causa della gravità della situazione, le due donne mandano a chiamare il Signore. La sua reazione non è, però, di immediata interpretazione; ci si sarebbe aspettati, infatti, una risposta pronta, un intraprendere subito il cammino per andare a guarire l’amico, come aveva fatto per la figlia di Giairo (cf Mc 5,24). Gesù, invece, aspetta due giorni prima di partire. Il lettore potrebbe scorgere in questo indugiare un segno di indifferenza e distanza, ma subito dopo rimane stupito dalla sua decisione di mettersi in viaggio nonostante il pericolo: gli abitanti della Giudea, infatti, avevano cercato di lapidarlo (cf Gv 10, 31-33). Non vi è dunque alcuna presa di distanza da parte di Gesù, né un atteggiamento autoreferenziale; al contrario, egli si mostra già capace di quell’amore “più grande” di cui parlerà nell’ultima cena, quello in cui si è disposti a dare la vita “per i propri amici” (Gv 15,13). Tale amore viene ulteriormente confermato dalle lacrime di Gesù; esse esprimono la commozione che nasce di fronte alla perdita dell’amico, al dolore delle sorelle in cui è forse prefigurato anche quello di sua madre, che egli indubbiamente non vorrebbe veder soffrire. Ma queste lacrime hanno indubbiamente un respiro più ampio: rappresentano il pianto di Dio di fronte al dramma del dolore dei suoi figli, costretti ad affrontare una morte da lui non voluta ma entrata nel mondo – come dice il libro della Sapienza – “per invidia del diavolo” (Sap 2,24). Perché, allora, egli non è accorso dall’amico, preservando tutti da quei giorni di sofferenza? Una prima risposta viene offerta da Gesù stesso quando, ancora lontano, parla della malattia di Lazzaro in un modo diverso rispetto ai suoi discepoli. Non si tratta, infatti, solo di un problema fisico o del lutto per una perdita. Quanto sta per accadere è per la glorificazione del Figlio di Dio al fine di manifestare il mistero della sua persona: è questa la chiave di lettura per risolvere le apparenti incongruenze nel comportamento di Gesù. Arrivato a Betania, egli incontra prima Marta e poi Maria. Le due sorelle esprimono in modi diversi il loro vissuto di fronte alla morte. Maria appare sopraffatta dal dolore, ma il Maestro non la giudica; anzi, piange con lei, rispettando le sue lacrime come quelle di ogni uomo, lacrime che il Padre raccoglie nel suo otre perché preziose (cf Sl 56,9). Marta, come sempre più dinamica, va incontro a Gesù manifestandogli la fede nella sua capacità di guarire il fratello. Le parole di colui a cui ella si rivolge chiamandolo “Signore”, la invitano a percorrere un cammino di fede. Non si tratta di credere semplicemente nella risurrezione finale della carne, ma di fidarsi di lui che definisce sé stesso come “la risurrezione e la vita”. L’ultima scena si svolge al sepolcro, dove la vita viene ridonata a Lazzaro grazie alle parole dell’Inviato e alla sua preghiera al Padre. Si manifesta così la gloria di Dio, che è dono di amore e di vita per l’uomo.