Solennità del Corpus Domini

 
 

A cura della Fraternità della Trasfigurazione

L’essere umano, per vivere, deve nutrirsi. Dopo il grido iniziale, che suggella l’atto della nascita, è il seno materno a garantire la sopravvivenza. Si verificherà poi il processo di umanizzazione attraverso la cura, la tenerezza, il linguaggio, ma, nella sua fase iniziale, la vita è assicurata dal nutrimento. Non è un caso, quindi, che il primo peccato sia consistito proprio nell’afferrare un frutto e mangiarlo. Ciò che è male in questo gesto, tuttavia, non sta nel fatto di nutrirsi, ma nel modo in cui questo è avvenuto. Il peccato sta nell’autosufficienza, nel rifiuto di dipendere da un Dio che continua a voler sfamare la sua creatura. È questa l’esperienza che Israele ha vissuto nel deserto, come suggerisce la prima lettura; ed è, al tempo stesso, la promessa di consolazione e prosperità riguardante il futuro: “Succhierete, deliziandovi, all’abbondanza del suo seno” (Is 66,11). Di conseguenza, emerge un legame profondo fra cibo e vita, reso evidente nel brano odierno, se si osserva quante volte ricorre il termine “vita”. Naturalmente, la vita donata qui è ben diversa da quella procurata dal pane terreno: quest’ultimo, infatti, permette di sopravvivere, mentre il pane offerto da Gesù – che è la sua stessa persona – ci introduce nella vita eterna, quella vita che non è nient’altro che vita e che nasce dalla comunione con lui. Il Signore stesso precisa che questo pane è la sua carne. Il termine non deve trarci in inganno: Gesù non allude al suo corpo, ma alla sua umanità, quella che si manifesta nel Vangelo e rivela che cosa significa essere figli. Di essa dobbiamo, infatti, nutrirci per realizzare in noi quella figliolanza divina che è vocazione di ogni uomo. Di conseguenza, come il bambino nel grembo materno riceve dalla madre quell’alimento che gli dona la vita, nello stesso modo quel mondo “tanto amato” (cf Gv 3,16) da Dio trova nella relazione con il Figlio la sorgente della vita vera. I Giudei, naturalmente, si oppongono alle parole del Signore. Essi, evidentemente, ne hanno capito la portata; se le avessero interpretate letteralmente, infatti, se ne sarebbero andati via senza ascoltarlo. Hanno però compreso che egli si sta dichiarando capace di donare agli uomini la vita eterna, e ciò risulta inaccettabile per loro. Tale obiezione permette un approfondimento delle parole pronunciate in precedenza. Gesù ripropone l’invito a mangiare la sua carne e a bere il suo sangue, gesto proibito agli israeliti (cf Gen 9,4). I due verbi hanno, tuttavia, la capacità di evocare potentemente l’invito a comunicare alla sua vita o, come scrive un esegeta, il donarsi senza riserve “affinché la sua propria vita si trasfonda nel discepolo”. Il mistero dell’Eucaristia esprime proprio questa ineffabile verità: quella di un Dio che ha donato sé stesso – e la citazione del sangue richiama la radicalità del dono, avvenuto attraverso una morte cruenta – perché potessimo vivere della sua stessa vita. Il verbo “rimanere”, con cui si precisa quale sia l’effetto di questo mangiare e bere, evidenzia la continuità di tale comunione, che è eliminazione di ogni distanza. Essa non si realizza solo nei confronti di Gesù. L’affermazione “come il Padre che ha la vita” rimanda a Colui che sta all’origine di ogni dono d’amore: è Lui, infatti, che ha inviato il Figlio il quale, diversamente dalla manna donata nel deserto e prefigurazione dell’Eucaristia, è il vero donatore di vita, quella vita a cui tutti aneliamo e che non ci deluderà mai.