Risse domenicali

 
 

a cura di Mons. Alberto Albertazzi

alberipazzi@gmail.com

Churchill(1) diceva che la democrazia è una pessima forma di governo. E aggiungeva che non ce n’è una migliore. Aveva ragione in andata e ritorno. In democrazia infatti si rissa su tutto e per tutto, e rissare è sempre antipatico. Ma se non si potesse neppure esternare il proprio punto di vista, non si risserebbe ma si sarebbe costretti a un’obbedienza ottusa e brutale.

Il colmo dei colmi è che si riesce a rissare anche sul più pacifico dei giorni che è la domenica. Più pacifico, ho detto, perché clona in qualche modo dal sabato, come giorno di riposo; e fra riposo e pace le differenze, se ci sono, si giocano su sfumature.

In Italia qualcuno rileva che liberalizzando il commercio domenicale si è esagerato. Ecco il contenzioso di queste settimane: la domenica i negozi devono stare chiusi o si possono tenere aperti? E a quali condizioni?

I riposisti(2) sostengono che stia bene uno stop lavorativo a cadenza settimanale, da tutti condiviso. Il riposo alla spicciolata, nel senso che ciascuno chiude bottega nel giorno che vuole, non presenta infatti quella coralità di sfaccendamento, atta a significare socialmente la necessità del riposo.

Gli aperturisti(3) invece ritengono che il divieto di aprire bottega la domenica sia lesivo della libertà individuale e diminuisca la gamma di servizi in favore di chi può fare la spesa solo la domenica. Siamo d’accordo che almeno una farmacia e altri esercizi di prima necessità bisogna tenerli aperti, seppure a rotazione. Ma, fatta questa concessione, mi schiero senza esitazione con i riposisti, perché non c’è nulla di più riposante del riposo. I negozi chiusi fanno stare a casa i negozianti e gli acquirenti. L’ambiente urbano, soprattutto di grande consistenza demografica, diventa più tranquillo, meno concitato, con riposo anche per gli asfalti stradali, mandando in tal modo un messaggio di moltitudine riposante. Se l’ozio lo si chiama riposo, in automatico perde la paternità di tutti i vizi, che gli viene tradizionalmente attribuita.

Che differenza c’è fra ozio e riposo? Diciamo approssimativamente(4) che l’ozio è inerzia non finalizzata, eletta come regime di vita. Chi lo professa vocazionalmente viene definito “plandron”. Il riposo è inerzia finalizzata allo snebbiamento mentale, al ricupero di energie per ripartire, al passatempo, allo svago.

La Bibbia è molto arguta quando, al termine della settimana lavorativa, mette Dio a riposo (Gen 2,2-3). Non pare che abbia faticato molto creando, essendosi limitato a pronunciare poche e misurate parole che hanno fatto schizzare all’esistenza le rispettive realtà. Viene dato risalto al suo stop lavorativo per segnalare come sia necessario anche all’uomo, certamente più logorabile del Dio impassibile. Il riposo di Dio si trova a fondamento del sabato ebriaco(5) che trionfa nel terzo comandamento (Es 20,8-11). Passando poi dall’Antico al Nuovo Testamento le prerogative riposanti del sabato si sono travasate sulla domenica. Resta in ogni caso sempre un giorno settimanale di riposo, fruibile da tutti.

Ma se il giorno di riposo scatta di domenica, intervengono altri elementi non secondari. Tutti sappiamo che “domenica” – titolo inventato dall’evangelista Giovanni (Ap 1,10) – significa “giorno del Signore”(6). E questo Signore è Dio, che nell’attuale dibattito non salta mai fuori, perché da tutte le emittenti in campo la domenica è appiattita sul sociale: ossia riposo solo per incontri interpersonali e incrementare amicizia. Nulla viene detto della valenza domenicale come area cronologica idonea per l’incontro fra noi e Chi è “tripersonale”. Mortificante è sotto questo aspetto la seguente dichiarazione di un vescovo:

La questione non riguarda solo la partecipazione alla Messa o i cristiani, ma tutti gli uomini, le famiglie in particolare e la dimensione comunitaria. La domenica e le feste sono il tempo privilegiato per l’incontro tra genitori e figli, per coltivare le amicizie, per impegnarsi nella propria comunità (quotidiano Avvenire 11.09.18 pag. 7).

C’è, sì, uno sparuto riferimento alla Messa, sopraffatto peraltro dalla dimensione social-comunitaria, che entra con impeto travolgente. Come sarebbe stata bene in testa a questa dichiarazione “psico-socio-sindacal-comunitaria” la premessa: «La domenica è soprattutto il giorno dell’incontro con Dio»! Voglio essere clemente: può darsi che quel vescovo l’abbia detto e che non sia stato riportato dal giornale (cattolico). Siamo comunque alle solite: anche nell’attenzione della Chiesa italiana l’antropologia sorpassa la teologia; questo è lo squallido andazzo dei nostri tempi. Se si vuole fare della domenica un giorno diverso, occorre rimettere Dio al centro, il quale si accontenta di poco: solo un giorno su sette, che possiamo risicare sino a un ora – quella della Messa – su 168, quante ne conta una settimana. Ma la Messa ha senso e rende solo se incorniciata in perimetro di riposo, senza dover correre da una parte all’altra incalzati da una frenesia che ci degenera in catene di montaggio.

Ciò detto entriamo in questione noi preti, che siamo i professionisti delle concitate fughe domenicali da un chiesa all’altra, da un paese all’altro, per garantire dappertutto la Messa(7). Torno a dire, ma lo si dice da decenni, che per il benessere clericale è necessaria una rarefazione delle Messe in modo che anche il celebrante possa fruire integralmente del benessere domenicale, anche lasciando da parte incombenze di “ingegneria pastorale” (raduni, incontri, corsi vari, riunioni, giornate finalizzate a qualcosa …). Qualche tempo fa qualcuno, non ricordo chi, aveva qualificato obesa la pastorale della Chiesa italiana! Le proposte che metto in bacheca sono nell’odine dello “zero virgola” di tutte quelle che mi arrivano.

La messa non è sermone ma azione, anzi Azione da scriversi con l’iniziale maiuscola, essendo in assoluto la più grande azione data da compiere agli umani. Significativo che nei Messali in latino la preghiera eucaristica si intitolasse canon actionis, ossia regola dell’agire. La Messa non “si dice” ma “si fa”. E per darle il risalto che le compete, non si deve mescolare alla rinfusa con altre azioni, ma deve essere circondata da un protettivo clima di riposo dal quale farla emergere in tutta la sua prestanza teologale. Ogni realtà emerge per differenza dalle altre: se la Messa diventa azione fra le azioni, la si banalizza al rango di carabattola. Se invece trionfa nel riposo, assurge a momento sommitale della domenica, con la possibilità tornarci sopra mentalmente nel corso della giornata.

Concretamente? Tenere lontano dalla domenica i malanni odierni che sono concitazione e frenesia: il tempo è stato inventato da Dio, la fretta dagli uomini. Mettersi in poltrona e dedicarsi a letture costruttive. Fare una passeggiatina in montagna o dove si ha voglia. In altre parole riassuntive: sapersi saggiamente annoiare, alla larga dai grandi fragori odierni e praticando la terapia del silenzio. Ecco piccoli accorgimenti per non demolire la domenica, tutelando la sua nobiltà di “Signore dei giorni” e il nostro sistema nervoso.

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1 Primo ministro inglese († 1965).
2 Così chiamo per economia di linguaggio quelli che optano per la chiusura domenicale dei negozi.
3 Così chiamo per economia di linguaggio quelli che optano per l’apertura domenicale dei negozi.
4 Per saperne di più rinvio a B. RUSSELL, Elogio dell’Ozio (1935).
5 Sabato viene dall’ebraico shabbat, che significa appunto riposare.
6 L’etichetta completa di tale giorno è infatti dies dominicus, che potremmo nobilmente tradurre “giorno signorile”, infilandoci dentro una goccia di non sgradevole sangue blu.
7 Vedi foglio di settembre.