Manda un bacino a Gesù

1. Questo titolo è un classico dell’educazione liturgica che i nonni somministrano ai nipotini quando li accompagnano in chiesa. Il guaio è che poi questo bacino va in coda al Segno di Croce (=SdC), e vi resta appiccicato in perpetuo. Anche buoni cristiani concludono il SdC con uno sberleffo, retaggio del “bacino a Gesù”: al quale di bacio ne è bastato un solo! Non ostante l’enfasi con cui i cristiani sono stati proclamati adulti, non sanno fare neppure il SdC che è la loro tessera religiosa. Ed è un segno geniale perché coniuga i due massimi misteri della fede: la Croce nel gesto e la Trinità nelle parole. Ma prima di parlare del SdC conviene analizzare la fenomenologia del bacio.

2. Sentiamo un esperto: il poeta latino Catullo, competenza universalmente riconosciuta in fatto di baci. Il drudo di Lesbia accanto al ricorrente osculum (etimologicamente boccuccia, e si capisce perché) conosce pure basium(Carmina 5,6-9),  basiatio (id. 7,1) e suaviatio (id. 9,8). Tranne osculum, ambivalente, gli altri hanno soltanto sfumatura erotica. Dà nell’occhio il fatto che nella lingua italiana si sia travasato il termine meno castigato: basium > bacioSuaviatio addirittura vuol dire sbaciucchiamento divorante. Pare ovvio che il nonno, quando dice «manda un bacino a Gesù», intende il bacio nel senso di osculum casto: non certamente come lo prende Orazio in Odi I, 13, 15-16, purificandolo poi in I, 36, 5-6.  In ogni caso conviene ribadire che il bacio non entra nell’anatomia del Segno di Croce.

3. Ciò non di meno il bacio-osculum è conosciuto e praticato nella liturgia, seppure con maggior parsimonia di un tempo.  I riti di ordinazione prevedono l’osculum pacis (bacio di pace), a ordinazione avvenuta, fra ordinante e ordinato. E’ l’erede del osculum sanctum (phìlema hàghion) di Rom 16,16 (1 Cor 16,20; 2 Cor 13,12; 1 Ts 5,26), così diverso dalle basiationes catulliane. Non si baciano soltanto persone ma anche ragguardevoli oggetti e strutture, come l’altare, baciato all’inizio e alla fine della Messa; e il Vangelo dopo la sua lettura. L’attuale regime liturgico ha rarefatto i baci, un tempo scagliati a gran dovizie sull’altare. Quando si celebrava di spalle, il sacerdote prima di voltarsi per qualche interpellanza all’assemblea, baciava l’altare. Non solo. Il Caeremoniale Episcoporum del 1600 prevede che quando un inserviente liturgico di qualsiasi ordine e grado, porge un oggetto al vescovo,  ne baci la mano e l’oggetto. Era una prassi che andava bene in epoca barocca, quando barocca era anche un po’ la liturgia. Oggi tutto si compie con maggiore sobrietà: gli oggetti liturgici vanno e vengono senza “intralci osculanti”.

4. Pure dei segni di croce esiste nella liturgia un’ampia gamma. Li classifichiamo per dimensione.  a) C’è il SdC coinvolgente l’intera persona ed è quello che facciamo su noi stessi, con ampio gesto di mano: dalla fronte al petto; dalla spalla sinistra alla spalla destrab) C’è poi il SdC ridotto, solitamente tracciato su oggetti che si devono benedire. Lo potremmo anche chiamare SdC formato Benedizionale. Quando si benedice un oggetto tascabile – puta corona del Rosario – non occorre un SdC  ad ampia circonferenza.  c) E ci sono infine i mini-SdC: quelli che si fanno su fronte, labbra e petto all’annuncio del Vangelo, da farsi col pollice, tenendo stese le altre dita.

Tutte e tre queste tipologie, se fatte correttamente, sono molto eleganti, a partire da quello fatto sulla persona: è la Croce che si stampa su di noi, verbalizzandola con la formula trinitaria, oppure tracciandola tacitamente, con la sigla dell’Amen finale, come all’inizio della Messa. Ma anche in questa circostanza così impegnativa si vede una sfilza di fedeli che mandano l’insulso bacino a Gesù!

5. Una volta, fino all’abrogazione parziale (1965) del Messale di Pio V, il sacerdote durante la Messa faceva SdC a raffica, fino a cinque consecutivi, tanto da non capire più dove  finiva uno e cominciava l’altro. L’inflazione diminuisce il valore. Ora i SdC durante la Messa sono pochissimi. Quelli maggiori, a intera persona, sono soltanto due: all’inizio e alla fine, quando si intercetta la benedizione trinitaria di congedo, che il sacerdote traccia con mano vagante nell’etere; come fa l’angelo-nocchiero sulle anime appena approdate al purgatorio (Dante, Purg. II 49). Diventano tre, se si utilizza la prece eucaristica prima, o Canone Romano (quando?). In questa troviamo uno stranissimo segno di croce alle parole «scenda la pienezza di ogni grazia e benedizione del cielo». E’ un SdC solitario, compiuto solo dal sacerdote mentre dice queste parole. Non è attestato prima del XIII secolo. Non se ne capisce il motivo: forse si ritiene che l’auspicata benedizione del cielo scorra meglio se lubrificata col SdC.  O forse – ragione ben più arzigogolata – le parole che precedono immediatamente («Dio onnipotente … per le mani del angelo santo … comunicando al corpo e sangue del tuo Figlio») mandano una vaga segnaletica trinitaria, specie se sotto l’angelo santo si sospetta lo Spirito Santo, come taluni liturgisti ipotizzano. E laddove si rannicchia la Trinità, ci sta bene un SdC. Fa un po’ problema la spericolatezza teologale di ficcare lo Spirito Santo sotto le penne dell’angelo santo. Ma lo Spirito Santo è un ottimo trasformista. Si trova sotto parvenza colombina al battesimo di Gesù (Mt 3, 16; Lc 3,22!); sotto lingue di fuoco e vento impetuoso a pentecoste (At 2,2-3). Forse i liturgisti che vogliono identificare questo angelo con lo Spirito Santo esagerano: cercano di stanarLo dove possono perché il Paraclito è ilgrande assente da questa peraltro veneranda preghiera.  Tentano quindi una specie di risarcimento liturgico nei Suoi confronti!

6. Non si sa chi abbia inventato il SdC. E’ comunque un’invenzione assai antica. Fatto con la debita attenzione ci ricorda la redenzione e la carta d’identità del Dio cristiano: solo, sovranamente unico. San Tommaso scrive (S. Th I, 3,3) che, se c’è differenza fra l’uomo e l’umanità, non c’è differenza fra Dio e la divinità. Unico, dicevamo,  ma non solitario, perché al Suo interno – per così dire – c’è scambio di vita e d’amore fra le tre Persone nelle quali sussiste. E non si sa neppure chi sia il nonno che per primo abbia detto al nipotino condotto in chiesa per ambientarlo «manda un bacino a Gesù». Da questa sciagurata tenerezza atavica è iniziato il declino del segno di croce: da gesto nobile ed elegante, si è accartocciato su uno sberleffo indecifrabile; con malversazione della Trinità così bene cantata nella strofa iniziale dell’inno (autore ignoto, sec XIV)  dell’Ufficio di lettura, II e IV sabato, della Liturgia Horarum: Deus de nullo veniens, / Deus de Deo prodiens, / Deus ab his progrediens, / in nos veni subveniens (Dio che non vieni da nessuno, Dio che provieni da Dio, Dio che procedi da entrambi: vieni in noi soccorrevole). Una brillante sintesi fra la rapidità poetica del dimetro giambico, affinato con rima bisillabica,  e accuratezza teologica. Ma niente bacino a Gesù!  Negli inni il bacio a Gesù lo troviamo solo nel trimetro giambico di Paolino II di Aquileia († 802), all’Ufficio di lettura del 2 febbraio: è un bacio nobile, legittimo, materno, naturale. E’ Maria che, con soave maternità, stampa sul Figlio dulcia strictis oscula sub labiis (teneri baci a labbra serrate).

 
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