Malinconia

 
 

a cura di Mons. Alberto Albertazzi

alberipazzi@gmail.com

Torno sul salmo 136 che avevo già pizzicato lo scorso marzo. E’ un salmo organizzato su una giravolta umorale inimmaginabile. Inizia con soavi malinconie ambientali, per concludere con furibondi sfracellamenti di infanti. A queste “delicatezze”- in confronto alle quali i maltrattamenti in talune odierne scuole dell’infanzia fanno morir dal ridere – mi ero riferito nel mese di marzo. Ora mi soffermo sui lamenti iniziali, madidi di uno struggimento che fa scattare immediata solidarietà anche a millenni di distanza. Ecco la situazione.

Gli Ebrei sono deportati a Babilonia (1) a ondate successive a partire dal 586 aC, e non vi si trovano bene. Il ricordo è rimasto a Gerusalemme e le loro lacrime scorrono verso Sion:

Lungo i fiumi di Babilonia,
là sedevamo e piangevamo
ricordandoci di Sion (2).

Fiumi di lacrime dunque che si mescolano a fiumi geografici. E le lacrime estinguono ogni ispirazione musicale, tanto che

ai salici di quella terra
appendemmo le nostre cetre.

Sciopero dunque musicale e canoro, che fa scattare celebri echi verdiani nel “Va’ pensiero”, ove il coro con impeto travolgente scroscia «Arpa d’or dei fatidici vati, perché muta dal salice pendi?». La fama del canto dei salmi con accompagnamento di cetra era giunta a Babilonia ancor prima che vi giungessero i rispettivi musicisti, se i cittadini di quella città chiedono: «Cantateci i canti di Sion! ».

La risposta degli Ebrei è una domanda sconsolata, che rifiuta ogni «dolce beveraggio alla malinconia» (3):

Come cantare i canti del Signore
in terra straniera?

Questo struggente dialogo salmodico è rimodulato da Quasimodo in una poesia di immane e tragica mestizia (4), diversamente ambientata, ma pari negli stati d’animo di fondo, forse persino con accresciuto struggimento provocato dal «lamento d’agnello dei fanciulli». Ne riporto le tristezze terminali:

Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.

Il canto e la musica sono espressioni comunicative alquanto versatili che si espandono su una gamma estesissima di sentimenti umani: dalla più tetra mestizia alla letizia più sfolgorante. Ma l’incupimento degli Ebrei in questo salmo è tale, che non si sentono neppure di imbracciare le loro cetre per dare sfogo musicale alla loro lamentazione, che nella Bibbia diviene persino genere letterario (5).

C’è però un soprassalto irritato e improvviso di vitalità:

Se mi dimentico di te, Gerusalemme,
si dimentichi di me la mia destra.

Ossia non possa mai più sfiorare con le dita le corde della cetra. Non si tratta soltanto di dimenticanza mnemonica. Il salmista paventa l’eventualità di poter tagliare i ponti – come si suole dire – escludendo definitivamente Gerusalemme dal proprio orizzonte mentale, quasi demolendola da proprio vissuto. E ancora:

mi si attacchi la lingua al palato
se lascio cadere il tuo ricordo,
se non innalzo Gerusalemme
al di sopra di ogni mia gioia.

Il salmista dunque riprende vigore scagliandosi quelle che oso chiamare “auto-maledizioni”: paralisi e mutismo. Non ostante il vortice di tristezza in cui è sprofondato, la città di Gerusalemme emerge ancora in posizione eccelsa, al di sopra di ogni sua gioia. E si trattava soltanto di una Gerusalemme terrestre, per giunta distrutta dalle truppe babilonesi che l’hanno assediata per una decina d’anni (6).

Il ricordo di quella amata città è dunque un faro che porta luce al cupo esilio babilonese, riportando volontà di vivere: una volontà talmente furibonda che poi esplode in quello sperato sfracellamento menzionato all’inizio di questo foglio, capovolgendo radicalmente lo stato d’animo del salmista, pendolare fra mesti languori e “ira funesta” (7).

Ma esiste una doppia Gerusalemme di cui Paolo svela i connotati terreni e ultraterreni:

… essa (8) corrisponde alla Gerusalemme attuale, che di fatto è schiava insieme ai suoi figli. Invece la Gerusalemme di lassù è la madre di tutti noi (Gal 4,25-26).

Questa Gerusalemme “di lassù”, già incontrata nel foglio di aprile, per noi cristiani è «ciel che è pura luce: / luce intellettual, piena d’amore» (9), mentre Babilonia, ove erano deportati gli Ebrei simboleggia l’inferno (10).

Quando nella preghiera ci si imbatte in questo salmo (11), la mente del cristiano si deve adergere alla Gerusalemme di lassù, inverando in tono maggiore l’aspirazione del salmista che si accontenta della Gerusalemme facilmente localizzabile sul mappamondo. E dicendo «se non innalzo Gerusalemme al di sopra di ogni mia gioia», a questa elevazione occorre dare il seguente significato: «se non innalzo il regno di Dio nella sua fase terminale al di sopra di ogni mia gioia».

E’ la solita storia che ripeto fino a essere noioso: l’eternità predomina sul tempo; l’eternità è vittoriosa sull’oggi e sul domani, di cui non c’è certezza come ammonisce canticchiando Lorenzo il Magnifico († 1492) (12).

La vita attuale è un esilio che comincia piangendo, tanto che i genitori devono consolare il pupo dell’esser nato (13); e poi si alluviona in una “valle di lacrime” – come ci ricorda la Salve Regina. Onde sempre il Leopardi conclude il suo Canto Notturno, ora alluso, con la funerea dichiarazione «E’ funesto a chi nasce il dì natale». E una preghiera eucaristica si avvia verso la conclusione così implorando:

Concedi anche a noi, / al termine di questo pellegrinaggio / di giungere alla dimora eterna, / dove tu ci attendi.

Il pellegrinaggio comporta fatica, perché una volta era uno scarpinamento da Via Francigena. Chiamare questa vita pellegrinaggio vuol dire riconoscerne la fatica segnalata pure dall’Apocalisse (14,13):

Beati i morti che muoiono nel Signore … essi riposeranno dalle lor fatiche, perché le loro opere li seguono.

Eternità è riposo. Porre Gerusalemme al di sopra di ogni altra gioia vuol dire assaporare già in questa vita, almeno in parte, quel riposo che la più popolare preghiera funebre garantisce eterno. Infondo la vita umana è organizzata su grandi falcate verso il riposo: il giorno per notte, la settimana per la domenica, l’anno per le ferie, la carriera lavorativa per la pensione, la pensione per l’eterno riposo. Prospettiva dunque oltremodo riposante!


1 Attuale Iraq.
2 E’ la collina sommitale di Gerusalemme.
3 GOZZANO, Le due strade.
4 Alle fronde dei salici.
5 Vedi le Lamentazioni di Geremia.
6 Come la città di Troia, prima del ritrovato del cavallo di Ulisse.
7 OMERO, Iliade, I, 2 nella traduzione del Monti.
8 E’ l’antica alleanza, su cui Paolo compie arzigogoli di marchio rabbinico
9 DANTE, Paradiso XXX 39-40.
10 Partendo di qui Giacomino da Verona (seconda metà del sec. XIII) ha composto due poemetti De Jerusalem celesti e De Babilonia civitate infernali.
11 Vespri del martedì della quarta settimana del salterio liturgico.
12 Il trionfo di Bacco e Arianna.
13 G. LEOPARDI, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia 43-44.

 

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