La solennità della Santissima Trinità
A cura della Fraternità della Trasfigurazione
In questa solennità della Santissima Trinità ci saremmo forse aspettati un brano di Vangelo diverso, in cui venissero nominate distintamente le tre Persone divine: Padre, Figlio e Spirito Santo. La liturgia si è orientata invece in una direzione diversa, una direzione che ci introduce in quello che potremmo definire come il nucleo centrale del mistero di Dio e che Giovanni, nella sua prima lettera, ha sinteticamente espresso con l’affermazione: “Dio è amore” (1Gv 4,8). Il brano dell’Esodo e il Vangelo ce lo descrivono da due prospettive diverse. Nel primo testo Dio sembra presentare a Mosè il suo biglietto da visita: “Il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà”. Si tratta di parole che dovremmo lasciar penetrare lentamente e dolcemente, a poco a poco, nel nostro cuore, nelle cui profondità è spesso presente uno sguardo severo, punitivo e talvolta perfino crudele nei nostri confronti, uno sguardo che noi attribuiamo a Dio. In realtà, già molti secoli prima di Cristo il Signore si presentava a Mosè come ricco di tenerezza e di bontà, completamente diverso dagli dèi greci, così simili agli uomini anche nelle loro debolezze e meschinità. Quello dell’Esodo, di molti salmi, dei profeti e di tanti altri testi biblici che ne mettono in risalto l’infinita misericordia, è il Dio che, grazie ai suoi genitori, Gesù ha conosciuto fin da piccolo e che, soprattutto attraverso la preghiera, ha imparato ad amare. Ora egli lo presenta a Nicodemo come colui che “ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito”. In una sola frase viene così mostrata l’identità di Dio, il suo agire e l’intensità e la profondità del suo amore. Questo Dio è Padre; anche se in questo caso Gesù non lo definisce così, possiamo esserne certi per il solo fatto che egli ha un Figlio. Proprio per tale motivo, allora, anche quest’ultimo è Dio: un Dio non solitario, ma che vive in relazione, in una comunione fatta di un reciproco scambio d’amore. Il loro legame manifesta un’ulteriore presenza: lo Spirito Santo, che i Padri della Chiesa definivano nexus, (ovvero “legame”), poiché rappresenta l’amore reciproco che unisce le altre due Persone della Trinità. Questo amore, tuttavia, sembra avvertire il bisogno – per una di quelle necessità che non nascono da una mancanza, ma dalla profondità e dall’intensità del vissuto – di esprimersi anche al di fuori di sé. Il “tanto” amore per l’umanità è così incontenibile e immenso da avvertire l’urgenza di donarsi, come un fiume in piena che straripa oltre gli argini per riversarsi sul mondo. Questo dono, inoltre, non è un oggetto, ma una Persona: il Figlio, la realtà più preziosa che nessuno di noi sarebbe disposto a donare, soprattutto a qualcuno di così inaffidabile come questo mondo, abitato da uomini spesso sanguinari e violenti. Il Padre, invece, ce lo consegna, dimostrando un’inaudita generosità nei nostri confronti; il Figlio, a sua volta, accetta di essere consegnato, pur sapendo a quali mani si affida. Qualcosa di più importante sta a cuore a Dio, qualcosa capace di giustificare questa straordinaria espropriazione: il desiderio di condividere con l’umanità quella vita che ci renderà eternamente partecipi del loro dono d’amore.