IV Domenica di Pasqua
A cura ella Fraternità della Trasfigurazione
Per il cristiano della nostra epoca, il Vangelo odierno può apparire distante, se non addirittura illusorio. Distante, in quanto l’immagine del buon pastore non appartiene più al nostro mondo; illusorio perché se, come allude il racconto, le pecore sono i cristiani o, ancor più ampiamente, gli esseri umani, è ingenuo e utopico pensare che i ladri e i briganti non abbiano potere su di noi. Al contrario, se osserviamo con attenzione il mondo intorno a noi o dentro di noi, vediamo quanto potere essi esercitino sulle nostre vite. Essi vengono per rubare, uccidere e distruggere; non è forse questo l’effetto che provocano in noi il consumismo, l’uso sproporzionato dei mass-media, le dipendenze, la violenza e molte altre caratteristiche della nostra società che ci rubano l’anima e uccidono l’umano in noi? Ciò significa, allora, che Gesù fosse un illuso? Diversamente da quanto egli afferma, infatti, le sue pecore hanno ascoltato i ladri e i briganti venuti prima di lui e ancora danno credito a quelli attuali. Forse, però, la pecora di cui parla Gesù non coincide con la totalità di noi stessi, ma solo con quella parte della nostra persona che, fatta a sua immagine, aderisce e risponde al suo amore. D’altronde, essa corrisponde alle pecore descritte nel racconto del giudizio finale, a quella componente buona di noi che riceve in eredità il regno per essersi fatta carico delle sofferenze dei fratelli (cf Mt 25,31 ss.). Tra queste pecore e Gesù si crea un legame particolare. Si tratta di una relazione personalissima, dove ognuna è unica, in quanto riconosciuta nella sua singolarità e chiamata per nome. Il pastore la attira a sé e la conduce fuori, la spinge nel mondo della vita vera, quella vita piena che egli è venuto a portare in abbondanza. Ed è proprio perché, andando dietro a lui, è uscita dal recinto della mancata libertà e dell’autoreferenzialità, che essa fugge dai ladri e dai briganti, ma sa riconoscere la sua voce e lo segue. C’è una profonda familiarità tra Gesù e le sue pecore, una familiarità evocata dalle parole di sant’Agostino: “Tu ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te”. Tuttavia, i suoi ascoltatori non comprendono; Gesù utilizza allora un’altra immagine – la porta – che si sovrappone a quella precedente. Essa è associata a due verbi: entrare e uscire. Il primo ricorre due volte e, nella prima citazione, è seguito da una precisazione: si tratta di entrare “attraverso di me”. La porta è il mezzo che permette di varcare una soglia e immettersi in un luogo diverso. Se è chiusa, il contatto diventa impossibile. Per tale motivo il Signore, nel libro dell’Apocalisse, si presenta come colui che sta alla porta e bussa (Ap 3,20). Anche lì, come con le pecore, egli attende che qualcuno gli apra per vivere l’intimità di un’esistenza condivisa. Nel brano odierno, è lui stesso a presentarsi come la porta: egli, infatti, offre la possibilità di oltrepassare i limiti angusti di un’esistenza ripiegata su sé stessa per introdurci nella vita vera. Una vita piena, dinamica, abbondante che – come Gesù stesso dirà a Tommaso nell’ultima cena (Gv 14,6) – coincide con la sua stessa persona. La vita, infatti, è prima di tutto relazione e incontro; è trasformazione dello sguardo e dilatazione del cuore, ma è soprattutto certezza di essere amati da quel Pastore buono che ha dato la vita per noi.