I domenica di Avvento Marco 13,33-37

 
 

Da questa prima domenica di Avvento pubblichiamo i commenti al vangelo di padre Ermes Ronchi, presbitero e teologo italiano dell’Ordine dei Servi di Maria (www.sancarloalcorso.it).

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«Se tu squarciassi i cieli e discendessi!» –

a cura di padre Ermes Ronchi, osm – www.sancarloalcorso.it –

«Se tu squarciassi i cieli e discendessi!» (Is 63,19). Il profeta apre l’Avvento come un maestro del desiderio e dell’attesa; Gesù riempie l’attesa di attenzione.

Attesa e attenzione, i due nomi dell’Avvento, hanno la medesima radice: tendere a, rivolgere mente e cuore verso qualcosa, che manca e che si fa vicina e cresce. Sono le madri quelle che conoscono a fondo l’attesa, che la imparano nei nove mesi che il loro ventre lievita di vita nuova. Attendere è l’infinito del verbo amare.
L’Avvento è un tempo di incamminati: tutto si fa più vicino, Dio a noi, noi agli altri, io a me stesso. Si abbreviano distanze: tra cielo e terra, tra uomo e uomo, e si avviano percorsi.

Nel Vangelo di questa domenica il padrone se ne va e lascia tutto in mano ai suoi servi, «a ciascuno il suo compito» (Marco 13,34). Una costante di molte parabole, nelle quali Gesù racconta il volto di un Dio che mette il mondo nelle nostre mani, che affida le sue creature all’intelligenza fedele e alla tenerezza combattiva dell’uomo.

Ma un doppio rischio preme su di noi. Il primo, dice Isaia, è quello del cuore duro: «Perché lasci indurire il nostro cuore lontano da te?» (Is 63,17). La durezza del cuore è la malattia che Gesù teme di più, la “sclerocardìa” che combatte nei farisei, che intende con tutto se stesso curare e guarire; che san Massimo il Confessore converte così: «Chi ha il cuore dolce sarà perdonato».

Il secondo rischio è vivere una vita addormentata: «che non giunga l’atteso all’improvviso trovandovi addormentati» (Marco 13,36). Il Vangelo ci consegna una vocazione al risveglio, perché «senza risveglio, non si può sognare» (R. Benigni). Rischio quotidiano è una vita dormiente, incapace di cogliere arrivi e inizi, albe e sorgenti; di vedere l’esistenza come una madre in attesa, gravida di luce; una vita distratta e senza attenzione.

Vivere attenti. Ma a che cosa? Attenti alle persone, alle loro parole, ai loro silenzi, alle domande mute, ad ogni offerta di tenerezza, alla bellezza del loro essere vite incinte di Dio. Attenti al mondo, nostro pianeta barbaro e magnifico, alle sue creature più piccole e indispensabili: l’acqua, l’aria, le piante. Attenti a ciò che accade nel cuore e nel piccolo spazio di realtà in cui ci muoviamo.

«Noi siamo argilla nelle tue mani. Tu sei colui che ci dà forma» (Isaia 64,7). Il profeta invita a percepire il calore, il vigore, la carezza delle mani di Dio che ogni giorno, in una creazione instancabile, ci plasma e ci dà forma; che non ci butta mai via, se il nostro vaso riesce male, ma ci rimette di nuovo sul tornio del vasaio. Con una fiducia che io tante volte ho tradito, che Lui ogni volta ha rilanciato in avanti.

 

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