Corpus Domini Gv 6,51-58

 
 

Gesù è il nostro “pane di vita” –

a cura di Don Luciano Condina –

Nella domenica in cui celebriamo la festa del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo, Gesù nella sinagoga di Cafarnao si presenta come «pane vivo disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» (Gv 6,51).

È interessante osservare che, dopo questo discorso molti dei suoi discepoli lo lasceranno per la durezza del suo parlare (Gv 6,60). E qui vediamo subito come la parola di Gesù è tranchante, cioè opera una separazione e non scende a compromessi. La parola di Gesù è da “dentro a fuori”: se ti nutri di lui vivrai in eterno, altrimenti no. «Sono venuto a portare la spada», afferma in Matteo 10,34; e la spada nella scrittura non è simbolo di guerra ma di taglio, ossia di decisione. Ogni decisione comporta il recidere qualcosa per procedere più leggeri, senza la parte tagliata.
Ai discepoli che restano chiederà semplicemente «Volete andarvene anche voi?” (Gv 6,67), facendo capire loro che nessuno è obbligato a stargli dietro e che ciascuno è libero in ogni momento di riappropriarsi di una povera vita fatta di quattro sicurezze (e poco amore).

Gesù non trattiene nessuno e non allontana nessuno; parla chiaro e senza paura di edulcorare la verità: “se cercate la vita la trovate qui, nella mia persona, e non c’è altrove”. Ogni uomo dentro di sé ha inscritto il desiderio della vita piena, in quell’immagine e somiglianza con Dio: solo se sarà nuovamente in Lui troverà piena corrispondenza e piena realizzazione.

Gesù non è mai “politicamente corretto”, non cerca mai di “dialogare” nel senso inteso oggi, secondo una certa “pastorale del dialogo”, che vede nel confronto il fine della pastorale, in cui fondamentalmente si fa “salotto spirituale”, ma non si propone più la salvezza nella sua pienezza, che scende dal cielo lungo un unico vettore: Gesù Cristo. Certamente il dialogo è importante nella misura in cui la fede nasce dall’ascolto, ma quello di Gesù ha un unico scopo: dicendo di essere pane chiede, in modo supplichevole, di credere alla sua natura di dono, che Egli è il cibo e noi siamo coloro a cui è destinato. E chi deve mangiare è più importante di ciò che mangia. Se Dio manda suo figlio perché sia mangiato da noi, significa che per Lui noi siamo veramente importanti, così tanto importanti da porre suo Figlio al di sotto di noi, al nostro servizio.

Dobbiamo smettere di leggere Dio secondo i nostri traumi: spesso ci hanno chiesto qualcosa in cambio per ciò che ci hanno offerto; Gesù, invece, chiede solo di essere mangiato affinché abbiamo la vita; e in questo brano del Vangelo, oltre alla sua morte in croce, è preannunziata e prefigurata la nostra splendida liturgia sacramentale.

La cosa bella della proposta che Dio ha da fare all’uomo è che l’uomo si può rifiutare di accoglierla: a Dio si può dire serenamente di «no» ed Egli continuerà ad amarci, perché non cerca nulla dall’uomo, vuole solo offrire all’uomo.
Nella santa preghiera di adorazione del Santissimo Sacramento noi contempliamo la natura di Dio, che è pane, che è dono gratuito. Colui che è nato a Betlemme – paese il cui nome in ebraico significa “casa del pane” – e che fu deposto in una mangiatoia, quasi ad anticipare che sarà mangiato, nel suo sacrificio sulla croce si è reso accessibile in ogni santa eucarestia, attraverso la quale noi godiamo del nostro Dio. Che è tutto per noi: è nostro servo, è ai nostri piedi; ci serve e, per questo, noi lo serviamo: per immensa gratitudine.

 

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