Battesimo di Gesù

 
 

A cura della Fraternità della Trasfigurazione

Quando ancora era nel seno materno, Giovanni già aveva riconosciuto la superiorità di Gesù; il suo sobbalzare nel grembo di Elisabetta l’aveva resa consapevole che in Maria, venuta a visitarla, non si stava formando un bambino qualsiasi, ma il suo Signore (cf Lc 1,43). Da adulto egli ne aveva parlato come di colui che, benché venuto dopo, era più forte di lui e si era dichiarato non degno di portargli i sandali (cf Mt 3,11). Ed ecco che, insieme a tutta la gente venuta a farsi battezzare da Gerusalemme, dalla Giudea e dalla zona lungo il Giordano, Giovanni vede arrivare Gesù. Si tratta di un ulteriore segno di quell’abbassamento scelto da Dio per salvare l’uomo; esso si è manifestato innanzitutto nell’incarnazione e poi nella scelta di nascere in una famiglia di gente semplice, di rimanere nascosto per anni e avrà poi il suo apice nella croce. Di fronte al presentarsi del figlio di Maria insieme ai peccatori, il Battista, però, non capisce. Dio ci sorprende sempre con criteri che sconvolgono le nostre anguste categorie mentali. Solo entrando in questa sua logica diventa possibile coniugare grandezza e abbassamento, purezza e solidarietà. Nell’ora in cui non comprendiamo, siamo tuttavia aiutati da una certezza: quella che ci indica come volontà di Dio l’atto o la scelta che siamo invitati a compiere. È proprio questo quanto suggerisce Gesù al cugino: “Lascia fare, per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia”. Si tratta di un invito ad arrendersi a un modo diverso di leggere la realtà in nome di un valore più grande: il compimento della giustizia che, per l’Antico Testamento come per Gesù, si riferisce alla docile sottomissione al volere di Dio. Ed è commovente pensare ai due cugini che, forse senza ancora comprendere pienamente il disegno del Padre, a esso aderiscono senza riserve e in totale obbedienza. Questo avevano imparato dai loro genitori i quali, prima della loro nascita, avevano acconsentito a un progetto proveniente dall’alto; adesso spetta a loro accondiscendere a una volontà che deve prevalere su tutto. Ed ecco che, proprio mentre Gesù esce da quell’acqua in cui sono sepolti i peccati degli uomini, i cieli si aprono per ricreare l’unità tra cielo e terra. Già a Natale, con la nascita del Bambino, i cieli si erano spalancati per rispondere all’infinito desiderio dell’uomo, così ben espresso dal profeta: “Se tu squarciassi i cieli e scendessi!” (Is 63,19). Ora si dischiudono di nuovo per confermare il Figlio e riempirlo di Spirito Santo. In quel momento risuona una voce dal cielo: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento”. Essa rassicura Gesù, lo conferma rispetto al suo itinerario di obbedienza e di abbassamento e, nello stesso tempo, colma il suo cuore di dolcezza e di intima gioia. Che cosa, infatti, può provare un figlio quando il padre gli rivela che proprio in lui egli trova tutto il suo compiacimento? Quelle parole, tuttavia, non sono rivolte solo a Gesù, ma vengono pronunciate anche per noi. Anche a noi, infatti, il Padre dice: “Tu sei mio figlio” e sempre in noi egli può rallegrarsi e trovare tutta la sua gioia, purché ci veda ripercorrere il cammino del Figlio, imparando da lui la sua docile obbedienza e l’umile solidarietà.