32ª domenica tempo ordinario Lc 20,27-38

 
 

In Dio diventiamo persone nuove –

a cura di Don Luciano Condina –

Questa domenica incontriamo i sadducei che pongono l’ennesima domanda capziosa a Gesù. Li incontriamo di rado nei vangeli ma, a differenza dei farisei, sono più potenti e collegati alla classe sacerdotale e nobiliare di Gerusalemme, molto legati al culto. Essi non seguivano speranze messianiche, tra cui attendere il liberatore dal giogo romano, e si mostravano asciutti su argomenti religiosi più “progressisti” quali ad esempio la resurrezione, che ritenevano argomento non credibile: erano “positivisti” ante litteram.

Il trabocchetto che tendono a Gesù è relativo proprio alla resurrezione, in quanto la vedova dei sette mariti citati nella domanda, al momento della resurrezione si ritroverebbe in un bel guaio con tanti uomini a fianco; la domanda è il tentativo evidente di ridicolizzare la dottrina della resurrezione.

La risposta di Gesù parla invece di “figli giudicati degni della vita futura, che non prendono moglie né marito”, la qual cosa mette in discussione la realtà del matrimonio dopo la morte. Egli introduce il tema meraviglioso e importantissimo dell’“uomo nuovo”, appartenente a una vita diversa dalle categorie terrestri, dando un’altra origine all’esistenza e affrontando tutti questi problemi in una nuova luce.

La parola chiave della risposta di Gesù è “degno”: «quelli che sono giudicati degni dell’altro mondo e della risurrezione dai morti» (Lc 20,35); il che non indica tanto una promozione in grado quanto l’essere capaci di fare cose nuove rispetto all’uomo vecchio, quasi sempre incatenato dalle conquiste affettive, quasi costretto a “prendere moglie”, metafora della necessità umana di ricevere appagamento affettivo. Nella vita nuova tale appagamento avverrà totalmente in Dio, come Cristo sposa la Chiesa l’anima dell’uomo diventerà sposa di Dio, entrando nella vita eterna in cui non si può più morire – intendendo per morte la separazione da Dio.

Per citare un altro testo del vangelo di Luca, i figli di questo mondo mettono mano all’aratro e poi si volgono indietro (Lc 9,62), cioè vivono sempre verso il passato, hanno conti in sospeso, hanno cose che bisogna pagare e compensare; invece per i figli che sono nati dal cielo, per coloro che sono rinati dall’alto, ossia i “degni della risurrezione”, le cose vecchie sono passate e ne nascono di nuove, essi considerano il passato come qualcosa da mettere nelle mani di Dio. Non stanno a chiedere il dazio di ciò che è mancato nell’infanzia a chiunque.

«Coloro che hanno moglie vivano come se non l’avessero» (1Cor 7,29) esorta san Paolo. Quando un uomo sposato non avrà più moglie? Quando la perderà. Quando si vive per il cielo si pensa al cielo e si decongestiona l’assolutismo del presente, iniziando a riflettere che tante cose possedute un giorno verranno perse: non si avranno più moglie, oggetti cari… e se da una parte ci si distacca da essi, dall’altra si sanno amare perché finalmente se ne capiscono l’importanza e la profondità.

Vivere avendo relazioni celesti: così si è mariti sul serio, si è mogli, figli e fratelli sul serio, sapendo che di tutto ciò che diciamo e facciamo renderemo conto a Dio; allora sarà un po’ diversa l’importanza assegnata alle tensioni del mondo.

Questo vangelo è molto serio: Dio è il Dio dei vivi, il Dio delle cose vive, il Dio delle cose che portano alla vita; non è il Dio delle cose con le gambe corte, che finiscono presto e hanno breve futuro.

 

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