l’angolo di Don Alberto IMPAZZIMENTO PLANETARIO

 
 

Il termine follia è gentile, suona bene, fa pensare a un’elevazione un po’ al di sopra delle righe, in maniera innocua. Pensiamo a espressioni tipo «ti voglio bene alla follia», oppure «la polenta concia mi piace alla follia». Non per nulla il termine in questione si è meritato celebrazioni letterarie e musicali. Penso all’Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam e alla Follia di Arcangelo Corelli, alla quale sono grato perché la mia passione per la musica classica parte proprio dall’ascolto di questo pezzo. Mi piacerebbe che si scrivesse un “Elogio della pigrizia”. C’è già un Elogio dell’ozio scritto dal filosofo inglese Russell. Si tenga però conto che in latino otium significa occupazione intellettuale. La Pigrizia è il più calunniato di tutti i vizi, anche se suo marito, l’Ozio, ne viene gabbato per padre. Nella pigrizia c’è un fondo di saggezza: la presa di distanza dal proprio impegno e dal risultato sempre discutibile delle proprie azioni e iniziative, congiunti naturalmente a una concezione pantofolara della vita. Se questo mondo non è riuscito a metterlo in sesto neppure Nostro Signore, al punto di da farcene sperare un altro, è abbastanza inutile che ce la prendiamo tanto noi (preti e affini) impegnandoci faticosamente e freneticamente per raddrizzare le gambe ai cani. Mugola il biblico Qoelet: «Ciò che è storto non si può raddrizzare» (1,15). Ma non divaghiamo.

 

Se il termine follia non è spiacevole, lo è alquanto pazzia o mattana che dir si voglia. La pazzia è sempre pericolosa, tanto che si dice “pazzo furioso” e\o “matto scatenato”. La follia resta sempre fenomeno isolato. Se sono un po’ al di sopra delle righe perché le faccende mi vanno bene, non contagio altri, se non soltanto per una bicchierata. Cerco di godermi io personalmente quel corridoio di benessere esistenziale, magari nella consapevolezza che durerà poco. La mattana invece è contagiosa, specie se verniciata ideologicamente o religiosamente, con capacità di smuovere le moltitudini. In ogni religione c’è un fondo di ideologia, non assente neppure dall’ateismo che pretende di esserne la negazione. La mattana religiosamente pilotata si chiama fanatismo, di cui i tempi odierni non ci lesinano terribili manifestazioni. Ma anche l’ateismo “vignettante” è una forma di fanatismo di senso opposto. E’ solo questione di decidere se si adora Allàh o la Libertà. Fatto sta che sono furiosamente contrapposti. Ci metterei però in mezzo il buon senso, ossia la capacità di non infuriarsi per delle vignette, e la moderazione di non portare in processione la “dea Matita” come se fosse la Madonna di Pompei, rincarando la dose con vignette successive che scatenano altra violenza e distruzione.

 

Si poteva sperare almeno che questi tempi poco allegri non ci facessero tornare alla rivoluzione francese, con ghigliottine spettacolarizzate on-line. Invece la mattana odierna sembra compiacersi del macabro, facendo rotolare teste dalle loro legittime spalle.

 

Un altro segno di impazzimento, non privo di precedenti più o meno illustri, è il rimbombo mediatico per la morte di un cantautore. I telegiornali sono andati avanti per edizioni a strizzarci lacrime per un vate partenopeo, come se fosse morto un padre della patria. Confesso che ne ho conosciuto l’esistenza solo nella circostanza della sua lacrimatissima morte. La morte non fa mai piacere, ma è sempre da tenersi in conto. Io non c’ero, ma presumo che per i funerali di Giuseppe Verdi ci sia stato meno frastuono, ed è molto probabile perché la televisione non era stata ancora inventata. Ho tirato in ballo il musicista di Radames per significare il marcatissimo dislivello artistico e culturale. Se Verdi fosse morto quest’anno cosa si sarebbe dovuto fargli? Almeno la Piramide di Cheope (è la più alta delle tre d’Egitto: m. 139). Si è persa una grande occasione per moderare l’esaltazione del poco. Ma in fondo perché prendersela? Si tratta di un impazzimento innocuo, tra il frivolo e il piagnucolante col risultato del ridicolo.

Mattana per mattana, non si possono tacere le scalmane sportive. Sono le più becere e assurde, in aperta contraddizione con il motivo di fondo che è lo sport, nato e praticato nei suoi albori romantici come una ricerca della vittoria nell’accettazione della sconfitta. «Vinca il migliore!», si diceva una volta. Oggi invece si sbraita «a morte il migliore!». E si riversano per le strade mandrie di tifosi devastanti sino a farci scappare il morto …

 

Le cose non vanno bene neppure in famiglia e tutti lo sappiamo. Una volta si diceva bonariamente che la famiglia è la prima cellula della società. Oggi sarebbe più realistico dirla prima cellula della barbarie: lo dimostrano gli accoltellamenti furenti e feroci fra le mura domestiche. L’intera famiglia, comunque combinata, viene liquidata a colpi di mannaia dal carnefice di turno, che ne fa parte. Questi picchi di impensabile pazzia furiosa sono casi tutto sommato ancora isolati, ma si sa che il male è contagioso, e l’aumento numerico di questi terrificanti episodi lo dimostra. L’ultimo ritrovato è quello di anticipare artigianalmente il parto provocando l’aborto al fine di spremere quattrini all’assicurazione. Sui tempi lunghi Erode non è un caso isolato.

 

La mattana inizia precocemente, in quella forma ottusa e gratuita di violenza che si chiama bullismo. Ho confrontato il Dizionario Etimologico della Lingua Italiana, sperando che il termine provenisse dall’inglese bull = toro. Invece così non è. Peccato! Sarebbe andato a pennello. Comunque il cervello del bullo e quello del toro sono a pari livello. La novità è che adesso si mettono pure le ragazze a fare le bulle: una ragazza è stata presa a calci da altre ragazze, perché era entrata inavvertitamente nella loro zona di azione. Notizia dell’ultima ora! Altra grande conquista del femminismo.

 

Siamo arrivati al capovolgimento: una volta il termine umanità indicava senso di civiltà e finezza di sentimenti, mentre bestialità significava il contrario. Oggi tutto è ribaltato e gli animali sono titolati a salire in cattedra a farci da maestri.

Ora la pianto lì di piagnucolare sui malanni odierni che, a parer mio, integrano la diagnosi di “impazzimento planetario”, guaribile soltanto con un reset planetario, ossia un azzeramento totale per ricominciare daccapo. Ma ricominciare daccapo vuol dire soltanto cambiare errori: e allora teniamoci questi, mi pare che bastino e avanzino. E poi, se proprio si vuole ripartire daccapo, su quale base, su quali princìpi? Proporrei quelli del Vangelo, noti da duemila anni e non messi in pratica da duemila anni, se non parzialmente.

E’ venuto il Figlio di Dio a insegnarci a esistere. Ma l’uomo aveva così poca voglia di esistere come Lui ci insegnava, che Lo ha fatto fuori velocemente. Questo è il culmine dell’incorreggibilità umana.

 

E Gesù non ha mai avuto momenti di follia? Una volta sì, e Gli era stata diagnosticata niente meno che dai Suoi (madre compresa?). Stiamo a sentire:

 

[Gesù] entrò in una casa e di nuovo si radunò una folla, tanto che non potevano nemmeno mangiare. Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo, dicevano infatti: «E’ fuori di sè» (Marco 3,20-21).

 

Essere fuori di sé vuol dire essere impazziti. Antipatico pensare che i “suoi”, magari Maria compresa, lo pensassero. Allora cerchiamo di levigare la traduzione che grammaticalmente sopporta anche questa resa: …Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a trattenerla (la folla), dicevano infatti: «E’ fuori di sé». Che la folla impazzisca per entusiasmo e ammirazione è modo di dire corrente, vedi “folla in delirio”. Con questa traduzione si toglie rispettosamente da Gesù il sospetto di mattana. Almeno Lui ne sia esente!

 

A conclusione di questa panoramica psichiatrica non di può non tirare in ballo il clima, impazzito anche lui. Ci propina infatti estati e diluite, e inverni rammolliti come mozzarelle, ben lungi dall’austerità fiera e rigorosa tipica di questa stagione, che si meritò dal generale Kutusov (Gerra e Pace) il titolo di “generale inverno”.

Mons. Alberto Albertazzi